Il 4 Settembre era l’anniversario della morte di George Simenon.
Lo ho scoperto, naturalmente, dal Web. Come accade sempre più spesso, ormai.
Simenon. Un grande scrittore, anche se lui preferì sempre atteggiarsi a mestierante, definendo le sue opere quasi letterarie. Un atteggiamento troppo spesso preso per buono dalla critica, che lo ha sempre guardato con una certa sufficienza.
Dimenticando un piccolo particolare. Che non sono i raffinati intellettuali a rendere immortale uno scrittore. È, piuttosto, la sua capacità di parlare ad un pubblico vasto, composito. Spesso incolto, eppure capace di essere suggestionato da una storia ben scritta, da un personaggio vivido, da un respiro misterioso.
E in questo Simenon fu un maestro, con ben pochi rivali in grado di stare al suo livello.
Lo dimostra il fatto che ancora oggi il Maigret televisivo interpretato da Bruno Cremer ha un indiscusso e indiscutibile successo di pubblico. Un pubblico composito, e, per lo più, che non sa chi sia stato il padre letterario del Commissario della Sûreté parigina.
Simenon, il belga Simenon, svanisce sullo sfondo. Mentre i suoi personaggi assumono vita propria, si agitano, commettono delitti, parlono e tacciono…
E il Commissario indaga. A modo suo, però. Nessun colpo di genio, nessuna intuizione sublime. Maigret è distante mille miglia dal Poirot di Agatha Christie. In fondo, quelli che lo vedono implicato non sono dei “gialli”, non nel senso convenzionale del termine.
Romanzi di atmosfera, piuttosto. Atmosfera che il, pesante, Commissario fiuta come un bracco da caccia, aggirandosi lento, con la perenne pipa in bocca.
I romanzi, e gli stessi telefilm che ne derivano, divengono dei viaggi nelle profondità abissali dell’animo umano.
Specchi, ancorché deformati, di una conoscenza che non si limita a scoprire il colpevole del delitto.
Anzi, spesso la scoperta dell’assassino diviene fatto secondario, trascurabile quasi, rispetto alla descrizione di ambienti, genti, piccoli particolari della vita.
Simenon non ambienta praticamente mai le sue storie nell’alta società.
Stanze squallide, locali di terz’ordine, una Parigi malinconica e misera. Talvolta angiporti. Canali e villaggi compenetrati di ipocrisie, non detti, piccoli segreti.
Certo, lo scrittore belga, fluviale, non ha creato solo Maigret. Né scritto solo polizieschi.
La sua produzione è vastissima, e sempre, però, connotata da una particolare attenzione per ambienti chiusi, mentalità ristrette… La provincia, la periferia…i piccoli e terribili drammi che si celano dietro le parvenze della vita quotidiana.
Non ha, dicevo, inventato, ovvero ritrovato nella sua mente, il solo Commissario della Sûreté.
E tuttavia questi ha un forza di suggestione, una sua greve vitalità, che va ben oltre la vicenda del suo autore.
Ha vita propria. E continua ad esistere dopo molti anni dalla scomparsa di Simenon.
Forse è questa l’unica immortalità cui, nel profondo, aspirava lo scrittore venuto a Parigi dal Belgio.


