Voci ancora contraddittorie. Molto contraddittorie. Tuttavia è ormai certo che Assad ha dovuto abbandonare Damasco alle forze ribelli. Convinto, probabilmente, dai suoi “amici”. Ovvero da coloro che, fino a ieri, gli fornivano copertura militare. In primo luogo, ovviamente, i russi. Presto, comunque, per dire come evolverà la situazione siriana. E chi, tra i molti contendenti che hanno formato il farraginoso, e diviso, fronte dei ribelli, prevarrà. Ammesso, e non concesso, che vi sia, poi una prevalenza.
E che non si vada, piuttosto, incontro ad un periodo di grave anarchia che attraverserà tutto il paese.
Infatti il, cosiddetto, fronte dei ribelli contro Assad – oggi trionfante – è tutt’altro che unitario.
Lasciando perdere i deliri di certa informazione italiana su una, supposta e mai verificata da alcuno, “opposizione democratica”, le anime più forti dei ribelli sono sostanzialmente due. I curdi e i jihadisti. Che non si amano fra loro, per usare un eufemismo. E che, per altro, hanno appoggi internazionali alquanto diversi.
È ben noto che Ankara appoggia alcune delle componenti jihadiste dei ribelli siriani. Quelle comunemente conosciute come Hay’at Tahrir al-Sham. Che sono, poi, quelle che hanno preso Damasco.
Ma la Turchia di Erdogan non vuole assolutamente un’affermazione dei Curdi del SDF. Che anzi teme come la peste, perché strettamente legati ai curdi di Turchia, il KKP, da sempre in lotta per l’indipendenza.
Ed è un fatto che la guerra in Siria stia sempre più assumendo il carattere di uno scontro fra diverse milizie. Con diversi padroni. Con i curdi che hanno combattuto sì contro Assad, ma che si scontrano, parallelamente, con le milizie jihadiste per il controllo del territorio.
A questo andrebbe aggiunta la decisa presenza degli Stati Uniti, e forse anche d’Israele, che sono intervenuti con pesanti raid aerei contro Assad. E, soprattutto, contro le milizie sciite, più o meno volontarie, che erano giunte dal limitrofo Iraq per sostenere il regime di Damasco. E per cercare di sostituire i libanesi di Hezbollah. Che hanno, per lungo tempo, costituito il vero nerbo delle forze di Assad. Ma che ora sono dovuti tornare rapidamente in patria, per cercare di opporre resistenza all’offensiva di Israele.
Tentativo di sostituzione a quanto pare fallito sul nascere. Anche se non si possono escludere pesanti strascichi, nelle prossime settimane, al confine irakeno.
E questo dovrebbe aiutarci a comprendere come la guerra in Siria sia ben altro che un, limitato, conflitto civile interno. Piuttosto, rappresenta uno scenario della grande guerra che sta travagliando tutto il mondo arabo-islamico. Che è certo, nel suo nocciolo primo, un riproporsi dell’atavico scontro tra Sunniti e Sciiti. L’antica faida che si può fare risalire all’immediata successione del Profeta. E che, però, oggi vede le due diverse componenti islamiche come strumenti manovrati da forze e potenze esterne. Ed estranee allo stesso Islam.
Ora è evidente che l’appoggio statunitense è stato, sino ad oggi, determinante per le fortune del fronte anti Assad, soprattutto, per il, pesante, anche se non ufficiale, intervento dell’aviazione americana nel conflitto.
Così come dichiarato, e ben più ufficiale, è stato l’appoggio russo ad Assad. Russia che, per altro, non ha certo ancora oggi alcun interesse a perdere la base siriana di Tartus. L’unica base navale davvero importante in mano ai russi nel Mediterraneo.
Ogni, possibile ed eventuale, soluzione del conflitto in Siria, dipende, dunque, da questi fattori esterni.
Importanti sono state, in queste ore, le trattative di Doha tra Lavrov affiancato dal suo collega iraniano, con il ministro degli esteri turco. Che potrebbe preludere ad un accordo per la spartizione della Siria. Un accordo che, va detto, ben poco, anzi nulla piacerebbe ai curdi.
Per altro dovremo capire cosa cambierà con il ritorno di Trump, a metà gennaio, nello Studio Ovale. Anche se è più che lecito pensare che il nuovo presidente abbia già avuto un ruolo in queste ore. Ottenendo che l'”amico Vladimir” abbandonasse la difesa ad oltranza di Assad.
La domanda, però, è in cambio di che cosa…
Se fossi nei panni di Zelensky non sarei affatto tranquillo. E comincerei a preparare, rapidamente, i bagagli.
Tutte ipotesi, naturalmente. E, per ora, ben lontane da essere verificate.
Intanto, nonostante i festeggiamenti, in Siria, o in ciò che ne resta, la guerra continua. Con diversi attori, mossi dagli stessi burattinai.


