Ognuno ha un suo Pantheon. Un Pantheon personale, intendo, che comprende passioni, ideali, idiosincrasie…forse anche odii, a patto che questi non nascano da una qualche ragione di antipatia, più o meno istintiva. Piuttosto dal rifiuto, cosciente o meno, di qualcosa. Di un modo di essere, in primo luogo. Di concepire il senso della vita.
Oddio…ognuno… Beh, ognuno che abbia, ancora, la natura umana, che non vi abbia rinunciato…che non si sia, per pigrizia, comodità od altro, ridotto ad una sorta di automa. Che più che vivere, sopravvive. Esiste all’ anagrafe. Ma, appunto, solo secondo quella.
Comunque, un Pantheon personale. Per quelli che, ancora, sono uomini. E non intendono rinunciarvi.
Ma qui, appunto, finiscono le affinità. E cominciano le differenze.
Ognuno ha il suo Pantheon. Anche se, va detto, a chiamarlo così siamo restati in ben pochi. Figli di una tradizione che si va estinguendo.
Dunque, vediamo… Io ho dei miti, delle figure di riferimento. Degli autori, inevitabilmente, perché sono uno che legge molto. E che, in passato, leggeva ancora di più.
Ma quali dei libri, tanti o pochi che siano, letti, vanno a costituire il mio Pantheon personale? Ovvero in quali mi ritrovo, al di là del piacere, o dell’interesse momentaneo, per la lettura?
Beh, alcuni sono ovvi. Due, soprattutto. La Commedia di Dante è il Faust di Goethe. In edizione integrale, naturalmente.
Perché?
Spiegarlo è facile e impossibile allo stesso tempo. Facile: sono due capolavori assoluti.
Difficile, o meglio impossibile: ciò che queste opere dicono a me, il perché per me siano divenute, sin da ragazzo, così importanti, anzi fondamentali, non lo so spiegare. Lo sono. E basta.
Poi, però, la scelta diventa più difficile.
Jünger, certo. Ernst naturalmente, non il fratello, che pure amo come poeta. Ma Ernst è per me basilare. La Trilogia, a partire da “Sulle scogliere di marmo”, sino ad “Eümeswil”. Passando, naturalmente, per “Heliopolis”. Fondamentale.
Ma anche, accanto a questi, degli Jünger minori. Ad esempio “Cacce sottili”. Che parla, esclusivamente, della passione per coleotteri ed altri insetti. Ma che, per me, resta un rarissimo esempio di épos. Nudo e crudo.
Poi, Guareschi. Che, lo so, sembra c’entrare col resto come i cavoli a merenda. Eppure le sue storie di don Camillo e Peppone mi hanno accompagnato per quasi tutta la vita. Da quando mia madre mi comprò il primo libro. E continuano, per me, ad essere (non semplicemente rappresentare) un esempio di vita. O meglio, di come la vita, forse, era. E di come dovrebbe essere ancora, se noi si fosse capaci di passioni. E, al contempo, di pulizia interiore.
Poi…già, poi cos’altro? I nomi, gli autori, si affastellano gli uni sugli altri. Alla rinfusa, apparentemente. In realtà, seguendo un loro ordine interiore. Tutto…particolare. Difficile, anzi impossibile da spiegare.
E così Mishima. “Il mare della fertilità”. Soprattutto il primo volume, “Neve di primavera”. Di una sensualità anomala. Struggente e lontanissima al tempo stesso.
E, poi, perché no?, Wodehouse. Il ciclo di Blanding’s Castel. La leggerezza che è gioco. E fuga dalla meschinità del reale.
Poi Salgari. Una reminescenza del passato. Che, però, si fa, improvvisamente, presente. Un Salgari strano…”Il fiore delle perle”, “Capitan tempesta”, “Le tigri di Algeri”…
E la trilogia di Capitan Testa di Pietra e dei Corsari delle Bermude.
Alla quale, forse, devo le mie “opinioni politiche” ben più che a tanta filosofia, trattati, discussioni…e senza vergogna alcuna, per altro.
Poi, ancora, uno strano libro su Shiloo. Bloody Shiloo, Il massacro dei cavalieri grigi, l’estrema resistenza del Sud, che avrebbe potuto disegnare un altro destino dell’America…non ricordo né il titolo né l’autore. Eppure è lì anche lui. Fa parte, integrante, del mio Pantheon personale.
Però ricordo che lo lessi al mare, sui sedici anni. Sognando, sotto l’ombrellone, cariche di cavalieri vestiti di grigio. Disperatamente coraggiosi.
E il Principe, di Machiavelli. Che, più o meno alla stessa età, forgiò il mio, inconsapevole, cinismo di fondo. Questa visione tutto sommato disperante, e disperata, della natura umana. Che sempre mi accompagna.
Potrei continuare. Forse all’infinito, non so…ogni libro, in fondo, è un’esperienza. Una sorta di, strana, prova interiore. E certi lo sono più di altri…
Ma questo breve scritto è ormai troppo lungo. Devo chiudere.
Non so se questo scritto abbia avuto un qualche significato per altri…
E, in fondo, non me ne importa.




