Tanto tuonò che piovve.
Ciome reagirà Teheran all’uccisione, con un raid mirato, del generale Mohamed Reza Zahedi, comandante in capo dei Pasdaran? Senza contare gli altri ufficiali morti nell’Ambasciata di Damasco, attaccata dagli israeliani. Un deliberato atto di guerra, perché attaccare un’Ambasciata è come colpire direttamente uno Stato.
L’assassinio di Zahedi assume, quindi, ben diversa valenza politica di altri episodi consimili del passato. Perché è evidente che il governo israeliano ha voluto, con questo atto, aprire il conflitto con l’Iran. Anche se, sui nostri Media, si finge che così non sia. Ed anzi si alzano alti lai, e si finge stupore, per le minacce iraniane contro Israele.
Se non si facesse i tifosi, o, peggio, se esperti e giornalisti facessero il loro mestiere e non le casse di risonanza della propaganda di parte, ci si dovrebbe, invece, porre una domanda. Ben precisa e cruciale.
Perché il governo di Gerusalemme ha scelto di compiere un, eclatante, atto di guerra contro l’Iran?
Domanda complessa. Che richiederebbe una riflessione non banale. E soprattutto senza paraocchi.
Per quanto fosse importante il generale Zahedi, considerato da alcuni il continuatore dela linea di Suleymani, questo non giustifica, né spiega, un’azione così… clamorosa. In passato, il Mossad ha sempre colpito i nemici più pericolosi con azioni “coperte”. Evitando con cura di lasciare tracce. E, soprattutto, di portare la tensione internazionale ad un punto di rottura.
Quindi le ragioni di questa scelta vanno cercate altrove. E sono ragioni… politiche. Di politica internazionale e di politica interna israeliana.
A Gaza le cose stanno andando male. Molto, troppo male per Israele. La strategia voluta da Nethanyau si sta rivelando fallimentare. Senza via d’uscita. Non solo in tanti mesi non è riuscita nell’intento dichiarato di debellare Hamas, ma sta sollevando l’opinione pubblica mondiale contro Israele. Suscitando la collera anche dei suoi più stretti alleati.
Tant’è che il governo di unità nazionale, formato nell’emergenza del 7 ottobre, scricchiola. Anzi, sembra ormai in agonia.
Benny Gantz, membro del gabinetto di guerra e, soprattutto, leader dei “centristi” di Blu e Bianco (i colori della bandiera) ha rotto l’unanimità di questi mesi. E chiesto elezioni anticipate a Settembre. Proposta subito rigettata dal Likud. Anche perché Nethanyau sa che perderebbe.
Gantz è non solo a capo del secondo partito della Knesset – staccato appena di un’incollatura dal Likud – ma gode anche del sostegno dei Laburisti. E questo fa di lui il principale rivale di Nethanyau. Ed il suo probabile successore.
Inoltre è stato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Dopo una carriera militare di tutto rispetto. E questo lo rende estremamente popolare in tutte le Forze Armate. Che in Israele hanno, da sempre, un notevole peso politico.
Una popolarità che non ha invece Bibi. Sentito cone un “estraneo” e male accetto, nonostante suo fratello Yoni, l’eroe di Entebbe.
L’attacco in Siria all’Ambasciata iraniana potrebbe avere, quindi, lo scopo di fugare lo spettro delle elezioni. Infatti, in seguito alla minaccia di una risposta di Teheran, di fatto è stato proclamato lo stato di massima allerta in tutta Israele. Come nell’imminenza di un pesante conflitto. E non vorrete mica pensare ad elezioni anticipate con i nemici alle porte?
Poi c’è la scena internazionale. È palese, ormai, l’insofferenza di Washington nei confronti di Nethanyau. Mai, per altro, molto amato dall’attuale Amministrazione.
Ma ora i rapporti sono a zero. L’astensione degli USA sulla mozione ONU, che chiede l’immediato cessate il fuoco a Gaza, ne è il chiaro segno. Non era mai accaduto in precedenza.
E pare che la telefonata di Biden a Nethantnyu, dopo l’ attacco dei caccia israeliani ad un convoglio di aiuti umanitari, abbia avuto toni… molto accesi.
Però, alzando il livello dello scontro con Teheran, Bibi può sicuramente contare sull’appoggio dell’Amico Americano. Per il quale l’Iran rappresenta la spina nel fianco della sua politica mediorientale.
Quindi, in un sol colpo, Gerusalemme ha preso tre piccioni con una fava. O meglio, con un missile. Garantirsi l’appoggio statunitense. Allontanare le elezioni, ricompattando, con la paura della risposta di Teheran, il governo e il fronte interno. Eliminare un alto generale iraniano, suo nemico giurato.
Tutto perfetto. Sulla carta. Perché qui si continua a fare i conti senza l’oste. Ovvero senza Teheran. Dove, ci possiamo scommettere, si sta discutendo come e quando rispondere.
Per ora solo un brontolio di tuoni all’orizzonte. Ma, come dicevo, dopo i tuoni si potrebbero trasformare in pioggia. E allora… saranno dolori. Per tutti. Non solo per Israele.

