Un gioco pericoloso

10 Dicembre 2024

 

 

Facciamo un gioco. Un gioco, però, pericoloso. Nel quale i protagonisti sono le Potenze. Grandi, medie e anche piccole. E il gioco è a chi esce vincitore, in questo momento, dalla crisi siriana. E chi, invece, sembra, od è, perdente.

 

Sempre per il momento, naturalmente. Perché questa crisi, che ha portato alla fine della Siria di Assad, è tutt’altro che un episodio a sè stante. Piuttosto una tessera della grande partita a domino per il controllo del Mondo. Un momento di questa, strana e asimmetrica, Guerra Mondiale che stiamo vivendo. Anche se meglio sarebbe dire subendo.

In apparenza, dire chi ha vinto appare abbastanza facile. Ha vinto il, cosiddetto, Fronte dei Ribelli. Che ora controlla il paese. Ma è una vittoria piuttosto discutibile. E mutilata.

 

I “ribelli” sono infatti un fronte tutt’altro che unitario. Anzi molto frammentato e conflittuale al suo interno. Basta pensare ai curdi, che hanno mire e obiettivi molto diversi dai jihadisti che hanno preso Damasco. E che si preparano a cercare una indipendenza che non potrà non portarli al conflitto con questi ultimi. Anzi, conflitto che è già, per molti versi, iniziato.

 

Per altro gli islamisti radicali di Hay’at Tahrir al-Sham – che è, poi, un gruppo derivato da Al Qaeda – hanno preso Damasco solo grazie all”appoggio di Americani e Turchi. Ma Washington, che pure lì ha usati, diffida di loro. E non senza ragioni. Così ha imposto dei limiti al loro raggio di azione. Vietando che attacchino le basi russe di Tartus e Latakia. Cosa che avrebbe spinto Mosca ad intervenire, e a non accettare la cacciata dell’amico Assad. Ormai troppo debole per essere difeso ad oltranza, e il cui destino è stato, probabilmente, barattato con garanzie per le basi. Oltre che con il destino dell’Ucraina. Baratto, naturalmente, con l’Amministrazione entrante a metà gennaio. Quella di Donald Trump, che mira a chiudere la guerra e riallacciare i rapporti con Putin.

Ha vinto, sicuramente, Netanyahu. Che, con l’eliminazione di Assad e dei suoi alawiti, indebolisce il fronte sciita. Che sta duramente attaccando in Libano. E costringe l’Iran sulla difensiva, mentre sta provvedendo a liquidare completamente Gaza, e a frammentare ulteriormente la Cisgiordania. Riducendo al minimo l’influenza di ciò che resta dell’Autorità Pelestinese.

 

Ed ha vinto, altrettanto certamente, Erdogan. Che ha puntato sui jihadisti, ex Al Qaeda, per eliminare l’alawita Assad che costituiva, da sempre, un ostacolo alle sue mire di espansione in Medio Oriente. Tuttavia, gli resta il problema dei Curdi. Che potrebbe riflettersi, pesantemente, all’interno della Turchia. E questo lascia pensare che si prepari un duro conflitto per sconfiggere i curdi di Siria. Una guerra parzialmente già in atto tra coloro, jahadisti e curdi, che hanno cooperato alla sconfitta di Assad. Ma che avevano, ed hanno, obiettivi fortemente contrastanti.

 

Fin qui, tutto abbastanza chiaro. Più difficile, però, dire chi abbia perso.

A parte Assad e gli alawiti, che sono ormai, dopo oltre mezzo secolo, fuori gioco. E, in massa, destinati probabilmente all’esilio.

 

E qui, appunto, comincia uno dei, prossimi, problemi.

Una folla di migranti, quasi imprevedibile al momento, che cercherà asilo politico altrove. Non solo alawiti, ma anche cristiani, drusi e sunniti non allineati con le posizioni estreme dei jihadisti.

Diverranno un problema per tutti i vicini. Per la stessa Turchia. Che, però prevedibilmente, li direzionerà, forzatamente, verso i Balcani. E, quindi, verso l’Europa. Che comincerà, così, a pagare il prezzo dell’instabilità della Siria. Un prezzo, prevedibilmente, molto alto. Certamente molto alto per questa Italia, che continua a fingere che la cosa non la riguardi.

 

L’Iran, certo, ha perso un alleato importante. E si vede progressivamente costretto sulla difensiva. E ricacciato indietro, nei propri, inquieti, confini. Questo potrebbe aprire – ma il condizionale è d’obbligo – uno scontro tra gli ayatollah, indeboliti dalla ormai palese malattia di Khamenei, e il nuovo presidente appena eletto. Perché si sa che Masud Pazeshkian rappresenta interessi economici che non vogliono la guerra con Israele. E che, nonostante tutto, preferirebbero un rilassarsi dei rapporti con gli USA.

 

Infine, Mosca. In apparenza la Russia esce perdente dal conflitto siriano. Tuttavia, mi permetto di nutrire qualche dubbio. La sensazione è che Putin abbia, di fatto, abbandonato Assad in cambio di mano libera in Ucraina.

Ipotesi, naturalmente, tutta da verificare all’avvento di Trump alla Casa Bianca.

 

Come resta da verificare il controllo russo di Tartus e Latakia.

I jihadisti potrebbero non ottemperare agli accordi segreti (ma segreti di Pulcinella) tra Trump e Putin.

E questo aprirebbe un nuovo capitolo…

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