Un negozio su 5 ha chiuso. Ma per invertire il trend servono salari più alti

11 Febbraio 2024

111 mila negozi in meno dal 2012 ad oggi. Quasi uno su 5 ha chiuso, con una maggior incidenza negativa al centro nord. Con città dove le chiusure riguardano un esercizio commerciale su 4 ed anche più. Ovviamente ogni località cerca di spiegare le ragioni di un cambiamento che non è solo economico ma anche sociale.

Maria Luisa Coppa, presidente di Ascom Confcommercio Torino e provincia elenca alcuni dei soliti problemi: la concorrenza sleale dei centri commerciali e dell’e-commerce, i costi e il cuneo fiscale insostenibili, il calo dei consumi. Già, il calo dei consumi. Ma su questo le associazioni di ogni categoria svicolano sempre. Perché sarebbe scomodo dover ammettere che i consumi non possono crescere con le retribuzioni pagate dagli imprenditori italiani. Eppure è il nodo cruciale.

Con stipendi bassi – e partono i piagnistei di chi guadagna sempre di più ma non può aumentare le retribuzioni ai dipendenti – e con affitti e mutui sempre più cari (e vai con i piagnistei di proprietari di case e banchieri), è inevitabile che gli italiani si rifugino negli acquisti scontati online o nelle offerte dei centri commerciali.

Certo, hanno ragione i commercianti quando lamentano la desertificazione di interi quartieri, con aumento della criminalità come conseguenza immediata. Ma pagare un abito il 30% in più rispetto alle offerte dell’e-commerce non sempre è possibile. E pagare un pesce come se fosse ricoperto d’oro, quando lo si può acquistare in un centro commerciale ad un prezzo nettamente inferiore, non è proprio per tutti.

La qualità è inferiore? Non sempre, ma anche quando lo è, diventa un fattore secondario rispetto alla capacità di spesa di una famiglia. Solo chi non capisce nulla può sostenere che, da poveri, si mangia meglio.

Agli aspetti economici si aggiungono quelli contingenti. I gretini impongono la chiusura delle strade del centro, l’eliminazione dei parcheggi. Diventa sempre più difficile fare la spesa in alcune aree urbane. E questo spinge le famiglie dove entrambi i coniugi lavorano, a concentrare la spesa nel fine settimana, raggiungendo in auto i centri commerciali in periferia dove il parcheggio è facile e gratuito.

Un fenomeno che penalizza non solo i negozi tradizionali ma anche i supermercati urbani. Perché la spesa settimanale è difficile caricarla tutta in bicicletta. Non a caso si moltiplicano i casi di supermercati in difficoltà, con chiusure di punti vendita, licenziamenti, cassa integrazione. Una difficoltà acuita dalla scarsissima professionalità di molti lavoratori, assunti con contratti a tempo determinato, perennemente imbronciati, incapaci di un sorriso o di una risposta gentile. Difficile pretendere di più, d’altronde, da chi si sente sfruttato e precario. Ma anche questo è un tema scomodo per la categoria.

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