Universitari al servizio del colonialismo

20 Agosto 2026

“L’uso dell’inglese (per il titolo di un corso di lingua occitana Ndr) può servire a svecchiare il soggetto, visto che sempre più spesso viene considerato un retaggio antiquato”. Non sono piaciute le critiche ai docenti dell’ateneo torinese ed ai loro fans (il termine “sostenitori” sarebbe troppo vecchio, antiquato) in merito all’utilizzo della lingua inglese – per di più con un gioco di parole davvero banale e superato – per promuovere i corsi di una scuola estiva con lezioni tra Elva e Cuneo.

Ad Elva si parla occitano, a Cuneo piemontese, ma l’università di Torino ha preteso che il titolo fosse in inglese. Non le lezioni, perché ovviamente l’inglese non ha nulla a che fare con l’occitano. E neppure con il piemontese. E gli altri atenei coinvolti sono quelli di Barcellona e Pau. Però bisogna avere il titolo nella lingua dei padroni, dei colonizzatori.

Perché – spiega l’organizzatore della Scuola estiva – “l’inglese è la lingua internazionale della scienza e della ricerca”. Lo è non per diritto divino ma per rassegnazione dei colonizzati. Ma, soprattutto, quali sono allora le ragioni per insegnare una lingua che non ha ruolo “alto”? Quello di dividere un volgo che utilizza lingue locali dai sedicenti scienziati che dialogano in inglese? Si vuole ridurre le lingue nazionali a dialetti studiati per passare il tempo? L’accademia della Crusca, partendo proprio da questi atteggiamenti di scienziati e ricercatori, ha messo in guardia dalla trasformazione dell’italiano in un dialetto.

Però la Crusca lo ha scritto in italiano, dunque scienziati, ricercatori e docenti universitari non lo hanno capito.

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