Alla fine degli anni Sessanta la Valanga Azzurra non esisteva ancora, la nazionale italiana di sci era un’accozzaglia di atleti che gareggiavano ciascuno per conto proprio. Con l’arrivo del francese Bernard Favre come direttore tecnico le cose cambiarono. Radicalmente. «Prima mangiavamo separati e gli altoatesini parlavano fra di loro solo in tedesco. Favre, invece, ha imposto tavoli comuni e l’uso della lingua italiana. Ed è servito a cementare l’amicizia e la collaborazione».
Chissà, forse il mito della Valanga Azzurra è nato proprio in quel momento. Lo riferisce Giuliano Besson ad Augusto Grandi, autore del volume “Giuliano Besson, il ragazzo terribile della Valanga Azzurra”, appena uscito per Cicles Edizioni. Non è un testo sull’avventura agonistica del discesista valsusino, quanto una ricostruzione dietro le quinte di quel periodo irripetibile e del mondo dello sci di metà anni Settanta, un ambiente meno professionale di quello odierno ma sicuramente più romantico, ribelle e legato allo sport, anziché al business. Ed è anche un modo per ridare dignità a due ragazzi, Stefano Anzi e Giuliano Besson, appunto, che si videro stroncata la carriera dai burocrati federali per aver chiesto, a nome di tutti gli altri, maggior sicurezza più trasparenza sugli introiti pubblicitari.
Già, perché molto prima di Sofia Goggia, Marta Bassino e Debora Compagnoni, e prima anche di Alberto Tomba “la Bomba”, è esistita una generazione di atleti che ha fatto sognare gli appassionati di sci e ha contribuito a rendere popolari in Italia discipline come slalom e discesa libera. Erano i ragazzi della Valanga Azzurra e quest’anno ricorre mezzo secolo delle loro vittorie più altisonanti. Si chiamavano Gustavo Thoeni, Piero Gros, Herbert Plank, Fausto Radici, Erwin Stricker, Rolando Thoeni, Marcello Varallo, Tino Pietrogiovanna, Franco Bieler e oggi tornano protagonisti con un film documentario di Giovanni Veronesi intitolato proprio così: “ La valanga azzurra”. È stato in programmazione solo per pochi giorni a ottobre ma il 30 dicembre verrà trasmesso da Rai 3 in prima serata.
Ma oltre agli atleti già citati ce n’erano altri due, Anzi e Besson, la cui carriera si è interrotta bruscamente nel 1975 perché furono radiati della Federazione sport invernali con un provvedimento che oggi sarebbe assurdo e incomprensibile. «Volevamo sapere dove finivano i soldi – racconta Besson nel volume – e perché si cercavano accordi con determinati marchi, escludendo gli altri. Chiedevamo che il denaro servisse per una diversa organizzazione della prima squadra, con investimenti tecnici e sui consulenti scientifici». Richieste più che legittime in uno sport di primo livello, condivise da tutti altri atleti della Valanga, che sottoscrissero un documento comune.
A Roma la rivendicazione non venne presa bene e ne fecero le spese proprio i due “sindacalisti”: il valsusino Besson e il valtellinese Anzi. Radiati senza possibilità d’appello dalla Federazione e impossibilitati persino a gareggiare sotto altre bandiere, come invece oggi accade di frequente. Di fronte alla punizione esemplare, il resto della Valanga fece dietrofront, tanto che i due “sindacalisti” non si lasciarono bene con i compagni, dai quali si sentirono traditi. La riabilitazione dopo una causa in Tribunale arriverà soltanto dieci anni dopo, troppo tardi per riprendere l’attività agonistica.
Ma il destino aveva in serbo per entrambi una brillante via d’uscita. Come nel film Sliding Doors, per Besson e Anzi si chiude una porta ma se ne apre un’altra. Forti dell’esperienza tecnica e delle conoscenze maturate nel circo dello sci alpini, i due amici decidono di avviare un’attività imprenditoriale: nasce la AnziBesson, azienda che produce tute, accessori e materiale tecnico e che in breve tempo diventa sponsor di svariate nazionali di sci. Così Grandi descrive il lancio del nuovo marchio, costituito dai cognomi dei due sciatori ribelli: «Una cura assoluta, quasi maniacale, nella scelta dei tessuti, dei materiali, delle innovazioni continue. Dall’altra parte l’esplosione di colori nelle collezioni, proprio nel tentativo di introdurre un nuovo corso nel modo di affrontare lo sci anche da parte del turista occasionale». Un successo imprevedibile, che nel tempo ha conquistato la partnership di alcune tra le più prestigiose nazionali di sci ai Campionati del Mondo e alle Olimpiadi invernali.
Nel libro di Grandi, tuttavia, c’è molto più di una puntuale ricostruzione dei fatti dell’epoca e del posteriore trionfo imprenditoriale. Nelle pagine di “Il ragazzo terribile della Valanga Azzurra” si respira l’aria di libertà e improvvisazione degli anni Settanta, quando ogni aspetto della vita era meno programmato, rigido e controllato di oggi; comprese le esistenze private degli atleti azzurri, vissute all’insegna del trinomio sesso, velocità e rock & roll. Compresi eccessi e follie che al giorno d’oggi sarebbero messi al bando in nome della professionalità e della correttezza politica. A cominciare dalla schiera di “groupies” che seguivano la Valanga come se fosse una rock band, concedendosi agli atleti con generosità persino alla vigilia delle gare più importanti; per finire con gli scherzi più atroci ai compagni di squadra e con le fucilate di “Cavallo pazzo” Stricker a una centralina elettrica dello Stelvio, che provocarono un black-out nella zona. Cartoline di un tempo lontano che, a cinquant’anni di distanza, mantiene inalterato il fascino intramontabile della Valanga Azzurra.



