Alice Weidel non ha dubbi. E non usa mezzi termini. Ci va giù secca e decisa. Come, d’altronde, la situazione della Germania richiede. Sempre più drammaticamente.
La leader di AfD vede il declino tedesco come il portato di una politica dissennata. Che ha rotto le relazioni commerciali con la Russia. Quelle relazioni che garantivano a Berlino di essere il principale hub del gas e del petrolio russo per tutta l’Europa Occidentale.
Di fatto garantendole un primato non solo economico, ma anche politico all’interno della UE.

La Weidel rappresenta il volto più “misurato” del AfD – dire ” moderato” sarebbe improprio – una destra tedesca profondamente avversa alle politiche fino ad ora poste in essere tanto dal SPD quanto, e forse soprattutto, dalla CDU.
Una destra che, soprattutto, è contraria ai diktat di Bruxelles, dove pure, a capo della Commissione, vi è la Von Der Leyen. Che viene vista, però, non come una connazionale, bensì come uno strumento al servizio dei potentati economici internazionali.

Il Cancelliere Merz, che viene (non va mai dimenticato) dai gangli di Black Rock, la potentissima finanziaria internazionale, e la Von Der Leyen hanno lavorato in stretta sinergia per portare la Germania lontana dagli accordi, economicamente vitali, con la Russia.
Una strategia che sta trascinando il paese nella più grave crisi della sua storia recente. E che rischia, addirittura, di provocarne una nuova frattura.
Una frattura fra l’Ovest, più legato al modello americano, e l’Est. In qualche modo più “tedesco” nonostante la lunga subalternità al sistema sovietico.
Tuttavia, la crisi comincia a farsi sentire in tutto il paese. E, non a caso, l’AfD, che già è di fatto partito di maggioranza all’Est, sta cominciando a crescere anche nei Länder occidentali.

Una crescita ancora misurata, certo. Eppure indicativa del malessere economico che sta travolgendo quello che, fino a pochi anni fa, veniva considerato il Gigante tedesco. La locomotiva della crescita europea.
Proprio questa crisi in Occidente appare, paradossalmente, come una via di salvezza per l’unità tedesca.
Unità che, altrimenti, potrebbe facilmente spezzarsi, perché decisamente troppe sono le differenze fra Est ed Ovest.
La Weidel lo sa. E punta proprio su questo malessere sempre più generalizzato per raggiungere il potere a Berlino.
Di fatto, parla già come Cancelliere ombra. Sicuramente terrorizzando il pallido Merz.
In ogni caso, dobbiamo cominciare a chiederci cosa potrà comportare per l’Europa sia una vittoria della Weidel sia l’ipotesi, ancora remota ma non impossibile, di una nuova frattura fra le “due Germanie”.
Ovvero, in termini pratici, cosa questa svolta tedesca potrà comportare per noi.
Perché, comunque vada, ovvero con una Germania guidata dalla Weidel, o con due Germanie in rotta fra loro, le cose cambieranno radicalmente anche per noi.
E a Roma, nei Palazzi del governo, devono cominciare a pensarci. Seriamente. Smettendo di crogiolarsi in questa piatta acquiescenza ai dettati di Bruxelles.

Piaccia o meno, l’Unione Europea sembra ormai giunta alla frutta. Una svolta a Berlino ne potrebbe sancire la fine.
Prenderne atto diventa necessario. E tornare a fare politica estera.
Ammesso, e non concesso, che l’attuale dirigenza italiana, di destra come di sinistra, sia in grado di farlo.