La morte lenta del giornalismo: schiavi del click, orfani della verità

8 Settembre 2026

L’inchiesta è diventata un reperto archeologico.

La ricerca della verità è ormai diventata un fastidioso ostacolo alla velocità di pubblicazione.

Il giornalismo, inteso come quel faro necessario alla democrazia per illuminare gli angoli bui del potere, ha abdicato.

Al suo posto, un mercato vorace che ha sostituito il lettore con l’utente, e il contenuto con la trappola.

Siamo ormai sommersi da articoli (finti) di giornali (vuoti) senza anima né direzione.

Oggi ciò che trionfa è il tira-like.

Proviamo a calarci nel pratico…guardiamo al recente calciomercato: un microcosmo perfetto della decadenza informativa.

Titoli urlati, notizie inesistenti, fonti frutto di mera finzione, retroscena inventati di sana pianta.

Il contenuto non conta, conta solo il click o il follow.

Non è importante raccontare una notizia o esprimere un parere, un commento ad una notizia… no, ciò che conta è adescare l’utente.

Il lettore atterra sulla pagina sperando in un’informazione, e si ritrova a vagare, dopo aver attraversato un angosciante labirinto di pubblicità e link, in finte o se si è fortunati steritli notizie che nulla hanno a che fare con il titolo altisonante che lo ha attirato.

Non è giornalismo, è pesca a strascico.

Questa deriva ha trasformato l’informazione in cibo pronto per un pubblico che non si vuole più stimolare, ma alimentare a suon di rage-baiting.

I commenti sotto gli articoli non sono più agorà di confronto civile, ma arene costruite a tavolino: sono progettati per scatenare la bagarre, per spingere l’utente a “vomitare” giudizi impulsivi, ignoranti e aggressivi.

La polemica gratuita genera traffico, e il traffico giustifica l’esistenza di redazioni ormai svuotate di visione, di anima e di professionisti.

L’intelligenza artificiale e la velocità della rete hanno offerto l’alibi perfetto: la quantità.

È più facile, ed estremamente più profittevole, inondare il web di spazzatura digitale che investire mesi di lavoro su un’inchiesta che, forse, non otterrà lo stesso riscontro immediato di un titolo scandalistico.

L’amara verità è che l’editoria non cerca più il target normodotato bensì cerca il gregge.

È una nicchia troppo piccola, troppo difficile da accontentare, troppo costosa.

Molto meglio rivolgersi alle pecore (mi scuso con gli animalisti): un’audience meno esigente, più facile da manipolare, pronta a consumare contenuti precotti che confermano i pregiudizi invece di metterli in discussione.

La crisi, a mio avviso, non è solo economica ma anche deontologica…

Gli editori piangono crisi di vendite, invocando la necessità di tagli, ma forse la domanda da porsi è un’altra: perché un lettore dovrebbe pagare per un prodotto che è diventato un insulto alla sua intelligenza?

L’investimento sulla qualità – rischioso, complesso, necessario – è stato archiviato in favore della scorciatoia.

Anche perchè il gregge non vuole pagare per l’informazione, per il commento, per l’inchiesta… vuole solo cibo da fast food… veloce, facile e poco impegnativo…

E gli ordini professionali cosa fanno? sono diventati un ornamento polveroso, citato nei convegni ma ignorato nelle redazioni. “Chissene frega” sembra essere diventato il mantra silente di un sistema che preferisce le briciole di un presente mediocre al rischio di costruire un futuro credibile.

Il giornalismo non è morto per mancanza di mezzi tecnologici. È morto per mancanza di coraggio. È morto nel momento in cui abbiamo accettato che una notizia valga solo se genera un like, trasformando un pilastro della società in un rumore di fondo, tanto assordante quanto insignificante.

 

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