Settembre andiamo è tempo di migrare..
La meno felice, la più brutta, forse la sola brutta lirica di D’Annunzio.
Stona. Suona come moneta falsa. Il poeta era lontano mille miglia, spiritualmente, da quei pastori che vagheggia seguire.
Un vagheggiare, appunto, vano. Soprattutto in un autore più di ogni altro “urbanus”.

Come Ovidio. Che, però, non cela la sua “antipatia” per la campagna.
Certo, quella ovidiana, dei Tristia e delle Epistulae, è il Ponto. Selvaggio, barbaro…
E il suo è un esilio irriducibile. Comminato da Ottaviano in quanto Pontifex Maximus. Probabilmente punizione per aver, quasi, rivelato un mistero. Forse il mistero del Nome Segreto di Roma…
Comunque è un fatto che neppure Tiberio revocò quel bando. Lui che, appena salito al potere, si era affrettato a richiamare a Roma praticamente tutti gli esiliati dall’odiato patrigno.
Ma Ovidio era altra cosa. Non un bando politico. Un esilio, una condanna per motivi religiosi. Tiberio non poteva revocarla.
Comunque, è Settembre.
E i colori del bosco, ormai, mutano. Una vivacità improvvisa, maturata – sì, proprio, maturata – nei giorni roventi dell’Agosto appena trascorso.
È come se la natura avesse subito un processo di cottura. Un processo alchemico.
La stessa natura, in fondo, è un gigantesco Atànor. Un forno ermetico, quello con il quale i vecchi alchimisti riproducevano in piccolo i processi delle stagioni.

La cottura della natura in estate. L’afa, stagnante di morte del culmine d’Agosto. I Madrigali di D’Annuzio la rappresentano in modo vivido. Tanto vivido da renderla percepibile.
E, poi, il Novilunio di Settembre.
L’attesa del frangersi della calura. Qualcosa di diverso nel vento del mattino.
Un sentore di…ferro che compenetra l’aria.
San Michele è ancora lontano, eppure già si avvertono i primi colpi della sua spada.

Fa ancora caldo, è vero, ma è un caldo diverso. Come quando, ragazzino, andavo a raggiungere mio padre al mare, in quei pochi giorni di inizio settembre.
Belli, luminosi, anche caldi…ma brevi.
Il tramonto arrivava presto, infocando la risacca stanca dell’Adriatico.
E il silenzio dominava ogni cosa.
Esco sul terrazzo. E respiro, profondamente, il fresco vento dell’Aurora.
È Settembre.