Una patologica trasparenza

7 Settembre 2026

 

 

“Substine et abstine”, in due parole persuasive ed efficaci, circa 2000 anni fa, il filosofo greco Epitteto sintetizzava l’etica dello stoicismo, un concetto facilissimo da comprendere e da tradurre in termini nazionalpopolari: “sopporta le disavventure e le disgrazie che ti possono capitare ma, soprattutto, evita di rompere le scatole agli altri con le tue lagnanze”. È quella norma alla riservatezza che un tempo caratterizzava qualunque appartenente ad una comunità di destino. Poi è arrivata la società, con il suo accordo per la reciproca utilità e, con essa, all’attuale liquidazione reale della cosiddetta privacy.

Così, dopo 20 secoli queste indicazioni sono state letteralmente stravolte in “rifiuta e piagnucola”, naturalmente trovando uno spazio pubblico il più ampio possibile per ottenere l’altrui commiserazione.

Il dolore è stato derubricato a ‘disagio’, ‘seccatura’, ‘problema’ che interrompe il flusso ottimistico dell’esistenza grazie all’illusione distorta di una presenza nel mondo esente da qualunque intoppo fisico, sociale o ambientale.

 

 

Byung-Chul Han parla di un tempo in cui prevale l’“algofobia, una paura generalizzata del dolore”, con la conseguente richiesta autonoma o esterna di una “anestesia permanente”. È la predominanza diffusa dell’esistenza rispetto alla vita, anzi, ancora peggio, della sopravvivenza rispetto alla stessa esistenza, e il filosofo coreano, a proposito di questa condizione, fa un’affermazione che sembra paradossale, mentre in realtà centra perfettamente la questione psicologica: “Viviamo in una società in cui aumentano solitudine e isolamento, peraltro accentuati dal narcisismo e dall’egoismo”.

Vediamo un po’ di spiegare come questa condizione generale sia il risultato paradossale di quel fenomeno di “erosione del confine simbolico tra pubblico e privato, [quella] ‘trasparenza’ come principio ufficialmente convalidato”.

 

 

A parte le molto specifiche precisazioni di Jean Bethke Elshtain, teorica politica, sulla blindatura tra pubbliche e privato come principi fondamentali e principali di tutte le società complesse, ad esempio, oppure della più nota Hannah Arendt sullo spazio interiore e invalicabile del focolare domestico e della famiglia, quello che ci riguarda è la trasparenza, quindi l’irrilevanza dell’ambito interiore, psichico. Quella dimensione inconscia e profonda dentro la quale si agitano malesseri, contraddizioni e sofferenze che molto spesso, o quasi sempre, sono addirittura incomunicabili. In altri tempi, questi stati venivano vissuti secondo le direttive del citato Epitteto, con forza della propria dignità, dell’intrinseco pudore e con il supporto eventuale di pochi intimi sodali.

Facciamo un salto di tempo e di spazio per arrivare, come metafora, al “Grande Fratello”, che secondo la narrativa di Orwell – giustamente – era considerato un occhio invasore, mentre per la narrativa post-moderna è diventato il simbolo della trasparenza. Un’osservazione costante, di 24 ore su 24, di volontari che agivano e si relazionavano in uno spazio circoscritto sotto la stretta sorveglianza di telecamere e microfoni. Quello che è stato ed è un esperimento sociale moderno, simile ai circhi umani che iniziarono ad andare di moda in tantissime città europee dal 1850 in poi, ha istituzionalizzato la fine della riservatezza e la conferma della trasparenza.

In termini politici e sociali, questa idea di condivisione di sentimenti, di conflitti, di paure e di molti altri stati d’animo da sempre relegati all’intimità individuale o al massimo amicale, fa parte di quella “cultura terapeutica”, secondo una felice definizione di Furedi, grazie alla quale “l’esibizione pubblica dell’emotività [che] era stigmatizzata come comportamento tipico di adulti immaturi incapaci di contenersi [ha finito per essere considerata l’ideale] per il raggiungimento della salute mentale”.

Errore clamoroso dal punto di vista educativo, individuali e sociale, perché “Il riserbo è una dimensione sia sociale sia individuale di grande importanza”.

 

È a questo punto che presenzia a pieno titolo quell’ avvertimento di Byung-Chul Han sull’aumento del numero delle solitudini e dei narcisismi.

Nel momento in cui gli individui perdono le specifiche caratteristiche e le intime particolarità, e la solitudine è soltanto una sensazione condivisa nell’ambito di una comune insussistenza, scatta un meccanismo di compensazione – dare consistenza all’inconsistenza – con il quale l’individuo cerca dei surrogati a costituire quello che viene definito Falso-Sé.

Questi surrogati sono definibili come ‘oggetti’, ovvero, strumenti materiali o meno per dare una forma e un po’ di sostanza a quel contenuto ormai trasparente che si intende come personalità. Per usufruire della tripartizione di Schopenhauer: Il “Ciò che si è” viene sostituito, magari maldestramente, da “Ciò che si ha” e da “Ciò che si rappresenta”.

 

 

Nessun segreto può essere più tollerabile e, con esso, anche il pensiero deve essere pubblicamente accettabile, compresa la parola che lo esprime: ogni insussistente alla ricerca di una ribalta e delle sue luci. Come si diceva, ciò che Orwell denunciava come un incubo nella contemporaneità è diventato uno stile di vita.

Dalla sessualità all’alimentazione, dall’abbigliamento ai gusti televisivi, dai problemi personali alle sofferenze del mondo, tutto deve passare attraverso il processo della diffusione più ampia: dichiarazioni, filmati, foto.

Essere trasparenti è diventato un imperativo democratico, e come scrisse il filosofo francese Derrida: “esigere che si metta tutto in piazza è già il farsi totalitaria della democrazia”. Come sempre, però, ognuno è responsabile delle proprie scelte. L’informatico e attivista statunitense naturalizzato russo Edward Joseph Snowden, anche lui molto attivo e con pesanti conseguenze per la sua attività di denunciatore delle attività losche all’interno dell’istituzioni pubbliche – in parallelo, quasi, con quella più nota di Julian Assange – in una intervista dichiarò che chi dice di non essere interessato alla privacy, perché non ha nulla da nascondere, dimostra soltanto che non ha nulla da dire. Verissimo. Peccato che queste persone continuano a parlare lo stesso.

 

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